ELEOS

UN GRIDO PER L’UMANITÀ di Marco Cocciola

In greco ELEOS non può essere definito in modo esauriente, ma si può tradurre con i termini di misericordia e compassione per rappresentare il sentimento di solidarietà fra le persone - ma anche tra le divinità e le persone -, e per indicare un valore imprescindibile per la dimensione religiosa dell’uomo, perché senza compassione non c’è religione, e per alcuni nemmeno umanità. ELEOS è in sintesi il legame tra il sentimento di compassione e l’azione benefica che esprime la concretezza della misericordia quale banco di prova della nostra intelligenza della vita. 

In questa mostra - che diverrà itinerante - l’arte di Alberto Criscione rinnova ed esprime il suo grido di dolore e di denuncia con intensa e profonda umanità, lasciando parlare le figure che animano questo gruppo scultoreo, nelle quali la presenza di bambini, cui tutto viene sottratto, lascia un segno indelebile; è un’accusa diretta contro una distruzione pensata, voluta e organizzata da uomini contro altri uomini, una tragedia espressa in urla, abbracci estremi, mani che coprono volti lacerati o tese fino allo spasimo per aggrapparsi, per tentare di non soccombere, per chiedere aiuto, misericordia, accoglienza, libertà, amore. Le opere di Criscione ci conducono a riflettere sull’atrocità delle sofferenze, dei traumi fisici, psicologici e sociali che intere popolazioni sono costrette a subire a causa dei conflitti che si scatenano nei loro territori, nelle loro città ridotte a cumuli di terra e macerie, spazzate via insieme alla loro vita quotidiana, alla loro identità, alla loro esistenza. Sono sculture che feriscono come fendenti, ma sono queste ferite che ci permettono di penetrare nei recessi del nostro cuore e ci rendono capaci di compassione. 

 

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IL GRUPPO SCULTOREO DI ALBERTO CRISCIONE di Cinzia Virno

Il percorso di Alberto Criscione, giovane artista dalla sorprendente maturità intellettuale, è fatto di cicli tematici ben definiti che corrispondono a fasi della vita e a particolari interessi che man mano si sono affacciati alla sua storia. Dai primi Golem people, ai pezzi di Agorà, fino ad arrivare a Il ritorno dell’eroe, quello che li accomuna è la capacità di stimolare una serie di riflessioni lasciando aperti interrogativi di natura esistenziale e umana. Con le sue opere si fa e ci fa domande, sottolinea aspetti fondamentali della vita spesso trascurati da una frettolosa quotidianità, instilla dubbi, apre coscienze, fa riflettere su quel filo sottile che separa l’esistenza dall’oltre della morte. 

In questo complesso percorso sceglie il linguaggio della scultura o, più correttamente della forma, una forma tangibile, vera, non pittorica, non simulata. A rilievo o a tuttotondo, resa attraverso l’uso di materiali diversi che ha imparato ad usare sapientemente, con rispetto e umiltà per la loro potenzialità intrinseca, come solo una grande sensibilità può portare a fare. Una solida formazione che prende le mosse dall’infanzia e dagli insegnamenti del padre Giuseppe - pittore, scultore, presepista e figurinaio - accompagnata da una profonda cultura e da una curiosità aperta anche alla sperimentazione lo conduce ad esiti sempre più alti. Tra i materiali prevale il suo interesse per l’argilla che l’artista, come dice in un suo scritto, si sente “chiamato” ad usare.

I pezzi che compongono il gruppo, tutti a grandezza reale, sono quattro. Posti su basamenti di legno grezzo, altro materiale del tutto naturale, si presentano come erme dell’antica Grecia, ma le fattezze delle figure sono attuali e più che mai moderne. Vanno osservati da tutti i lati, girandoci intorno, per poter cogliere i particolari che concorrono a creare il messaggio di ognuno.               

Rappresentano un’umanità, bistrattata dei propri diritti, abbandonata al suo triste destino. Ciascun pezzo porta con sé un messaggio più specifico, ma tutti sono uniti da una comune denuncia dell’indifferenza al dolore, dal grido corale di quegli “ultimi” che tali non dovrebbero essere e non sono, che reclamano con forza il loro diritto all’uguaglianza, all’attenzione, a quell’ Eleos, appunto, la misericordia. Riscopriamo così questo termine, ormai tristemente desueto, legato alla morale cristiana ma nel contempo universale, che denota un sentimento di compassione per l’infelicità dell’altro e l’impulso ad agire nel tentativo di lenirla.  

Formalmente l’artista esprime questi concetti attraverso figure di un realismo sconcertante, minuziosamente descritte in ogni particolare, con pose ed atteggiamenti diversi. Sono due donne e due uomini. Uno di questi ha un bambino in braccio. Vale la pena analizzarle. 

 

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DAVANTI AI NOSTRI OCCHI di Andrea Guastella

Eleos. Figlio della Notte. Ad Atene esisteva il suo unico altare. Qui gli stranieri si recavano per chiedere “misericordia” e “pietà”. Forse però la traduzione migliore del suo nome è compassione. La pietà latina è troppo legata a un discorso istituzionale, mentre la misericordia, la commozione del cuore, implica un amore senza limiti, che va al di là dei meriti di chi la riceve. La compassione ha, al contrario, una precisa misura. Scaturisce da un implicito confronto tra lo stato di chi la prova e la condizione di chi la ha suscitata. Tanto più grande sarà il divario, tanto più dense e salate le lacrime. Ma cosa accadrebbe interrompendo il contatto tra compassionevoli e compatiti? Cosa accadrebbe, intendo, sottraendo al nostro sguardo la materia del soffrire? Facciamo un solo esempio. Tutti conosciamo il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, nella chiesa bolognese di Santa Maria della Vita. In questo capolavoro assoluto dell’arte rinascimentale, Cristo giace al suolo e, attorno a lui, gli uomini riflettono e contemplano, mentre le donne strillano, corrono, si danno al compianto più sfrenato. Da un lato i primi sono obbligati a non perdere il controllo; dall’altro le seconde hanno il dovere morale di inscenare una tragedia. Bene, ipotizziamo che il cadavere di Cristo non giaccia più schiacciato al suolo. Che dico: disperdiamo la compagine, limitandoci a coglierne immagini slegate. È esattamente quanto accade nel lavoro di Alberto Criscione. Con una sola differenza: a mancare non è tanto la vittima, quanto l’aguzzino. La sua Veronica dal velo grottesco, il suo San Sebastiano senza gambe, la donna che impreca, l’uomo anziano con in braccio un bimbo martoriato, sono figure urlanti senza voce. O, per meglio dire, siamo noi a ignorarne la drammatica storia. Le mani che si tendono al drappo della donna lo fanno in cerca di aiuto o piuttosto per strapparglielo di dosso? La smorfia dell’uomo con il bimbo sul petto è il delirio di un padre impazzito dal dolore o il riflesso condizionato di un crimine aberrante? E chi può dirlo? Dovremmo dunque ammettere, in assenza di contesto, che la colpa è onore e l’amore crudeltà? È stato fatto, e non solo in scultura. Abbiamo visto la realtà piegata ai dogmi di una comunicazione truffaldina che, imbonendoci con scandali, barzellette, spettacoli da circo, ci ha distratto dalle nostre stesse storture e falsità. Sentiamo, in lontananza, i passi del nemico. E tuttavia non esitiamo a negarne la presenza minacciosa. Puntando il dito sul vuoto delle cause, l’arte di Alberto è un invito a ricercarle. A distinguere tra compassione e carità. Non esitiamo a provarci col sogno o col pensiero, ricostruendo le parti che la scultura non rivela. Potremmo persino accorgerci, come Maria Maddalena, che il cadavere è assente perché la Vittima vera, ormai risorta, sta davanti ai nostri occhi.

 

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ELEOS di Alberto Criscione

Dopo il progetto Ieropatìe ritorno a fare i conti con il pathos, perché, di fatto, quel progetto nasceva dalla necessità di lavorare sui lutti di mio padre e dei miei nonni, avvenuti alcuni anni prima.

Nel mio percorso artistico ho sempre cercato di usare l’ironia come scudo nei confronti di una società malata che non riesce a comunicare, che usa la violenza per fare prevalere un’idea su di un’altra, e oggi mi rendo conto che mascherare il dolore dietro il velo dello humor non permette di dare voce a tutto lo scibile di sentimenti eterni che accompagnano da sempre l’umanità.

Per questo motivo ho colto l’input di Marco nell’affrontare una tematica così difficile e non compiacente, com’è invece diventata l’arte dei nostri giorni; l’ho affrontata come sempre, utilizzando quella spiritualità laica che è la mia guida in questo mondo.

Ho sublimato questi sentimenti così gravi in una forma di argilla: per me è l’unico rimedio di fronte all’irrilevanza, alle guerre, agli abusi, all’oppressione nei confronti dei più deboli. Quei deboli siamo noi, noi che veniamo torturati e massacrati ogni giorno ma non ce ne rendiamo conto, anestetizzati come siamo, come ci siamo costretti ad essere nel momento in cui siamo diventati spettatori dell’orrore che avviene quotidianamente intorno a noi; ci siamo imposti di non provare più nulla di fronte alle bombe che cadono, o a un naufragio di un barcone carico di gente disperata, per non venirne sopraffatti, per continuare, malgrado tutto, a tirare avanti nelle nostre piccole vite. Oggi, più che mai, è importante riflettere sul fatto che le nostre vite hanno un minimo di valore solo per una questione geografica - non perché lo meritiamo -, e le vite dei nostri fratelli, invece, quelli considerati di serie B, non valgono nulla, non perché lo meritino; abbiamo dimenticato che, sulla bilancia del valore, ogni vita dovrebbe avere la stessa dignità.

Ritornare a vedere noi nell’altro è l’unico gesto di misericordia - da qui il nome della mostra=Eleos - che possiamo compiere oggi per riappropriarci della nostra umanità, per accogliere anche il dolore come parte della nostra esistenza.

 

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CHI E' L'ARTISTA : ALBERTO CRISCIONE

nasce a Ragusa nel 1981. Figlio d’arte, impara i rudimenti della scultura nella bottega del padre Giuseppe, presepista conosciuto in ambito internazionale.  

Inizia a lavorare giovanissimo, realizzando progetti monumentali per le chiese e scenografie museali nella provincia di Ragusa. Dopo anni di esperienza maturata nel campo dell’Arte Sacra, decide di avvicinarsi all’Arte Contemporanea, e intraprendere così un nuovo percorso di sperimentazione. Dal 2008 al 2014 la sua attività di studio è intensa: gira l’Europa incontrando molti maestri ceramisti e scultori da cui apprende nuove tecniche: la lavorazione del gres e della porcellana, la cottura ceramica in grandi fornaci, la fusione del bronzo a cera persa, la scultura lignea e lo stampaggio con resine sintetiche. Nel tempo sviluppa un rapporto privilegiato con l’argilla, quella che traduce meglio l’immediatezza del suo gesto artistico, e già nel 2009 dà vita ai Golem People, sculture oniriche - pubblicate sul mensile Arte della Mondadori - che segnano un netto distacco con le opere giovanili.

Criscione fa parte della generazione di mezzo dei talenti artistici in Italia, e quello che contraddistingue il suo lavoro sono la narrazione contemporanea, la visione poetica e le straordinarie doti di scultore, che ne fanno uno degli artisti più interessanti del panorama nazionale. Dopo vari riconoscimenti e numerose mostre personali e collettive, le sue opere sono oggi presenti in Italia e all’estero in collezioni pubbliche e private.

 

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